Avvenire
IL sig. Boffo è il direttore del quotidiano della CEI. Dunque, se per l'informazione vaticana valgono le stesse regole dell'informazione italiana, il suo editoriale rappresenta la linea ufficiale di quel giornale e di conseguenza del suo editore: la CEI. La versione on-line presenta diversi argomenti di carattere sociale molto interessanti: gli editoriali, gli articoli, le new.
Corriere Della Sera
Tradizionalmente considerato il giornale della borghesia lombarda, il Corriere della Sera attraversa dunque praticamente tutta la storia dell'Italia unita e la accompagna con una crescita continua. Il giornale cambia anche varie sedi fino a quando nel 1904 l'architetto Luca Beltrami consegna al giornale il palazzo storico di via Solferino che ancora lo ospita. Oltre a essere culla di iniziative editoriali diventate leggendarie, fra le quali la Domenica del Corriere, La Lettura, Il Corriere dei piccoli, il Corriere può vantare di avere ospitato molte tra le firme più prestigiose non solo del giornalismo ma della letteratura nazionale, come quelle di Luigi Pirandello, Eugenio Montale, Ennio Flaiano, Pier Paolo Pasolini. Nel 1974 il Corriere della Sera è entrato a far parte del gruppo Rizzoli, oggi Rcs.
Tra i direttori che si sono succeduti sulla plancia di comando di via Solferino, spicca per un ventennio la firma - dal 1900 agli anni venti - di Luigi Albertini, che dovrà lasciare con l'avvento del fascismo. Non sono mancati nei decenni più recenti momenti di crisi e difficoltà, come quando risultò che nella lista della loggia P2 comparivano i nomi del direttore di allora Franco Di Bella, dell'editore di maggioranza Angelo Rizzoli, e del direttore generale Bruno Tassan Din.
Era il 1981 e la vicenda portò alle dimissioni di Di Bella che venne sostituito da Alberto Cavallari, che rimase fino al 1984. Anche l'addio di Cavallari, che pure arrivò alla scadenza naturale del contratto non fu privo di polemiche. Nel'84 diventò direttore Piero Ostellino, che restò fino al 1987 quando prese il testimone Ugo Stille, in carica fino al 1992. Quell'anno venne nominato al vertice di via Solferino Paolo Mieli, che sarà appunto sostituito nell'aprile del 1997 da Ferruccio De Bortoli. Nel suo primo editoriale De Bortoli scrisse ai lettori: "Vi informeremo correttamente, senza dipendere da nessuno e, soprattutto, senza nascondere nulla".
Corriere Romagna
Europa
Stefano Menichini direttore de L’europa:- La Margherita manterrà la propria posizione autonoma perché è la posizione più coerente e più utile, con la prospettiva del Partito democratico europeo, che è la vera risposta per avviare davvero l'unità dei riformisti"-: Dal sito del quotidiano-on-line della margherita è possibile abbonarsi alla versione cartacea del quotidiano e a quella sul Web.
Il Foglio
E' stato Eurodeputato, Ministro per i Rapporti con il Parlamento e portavoce del primo Governo Berlusconi.
Ha debuttato in televisione nel 1987 con Linea rovente , cui sono seguiti Il Testimone , L 'Istruttoria e Radio Londra.
Ha fondato e tuttora dirige il quotidiano Il Foglio. Collabora inoltre con il settimanale Panorama, di cui è stato anche direttore tra il 1998 e il 1999.
Nell'ottobre del 2001, all'indomani dell'inizio dei bombardamenti in Afghanistan, insieme a Gad Lerner ha condotto Diario di guerra.
Dal marzo 2002 conduce su LA7 Otto e mezzo, il programma che ha visto alternarsi al suo fianco nella conduzione Gad Lerner, Luca Sofri, Barbara Palombelli e, nella stagione appena trascorsa, Ritanna Armeni.
Dal settembre 2005 conduce la nuova edizione di Otto e Mezzo.La versione on-line del Foglio, e’ immediata, senza fronzoli, con priorità alle notizie e redazionali. Riepilogo esaustivo dell’edizione del giorno prima.
Il Manifesto
Il Mattino
Il Messaggero
Indipendente
Gennaro Malgieri, nuovo direttore de L’Indipendente è nato a Solopaca, in provincia di Benevento, il 28 luglio 1953. Ha conseguito la maturità classica nel liceo della Badia di Cava de’ Tirreni con il massimo dei voti e si è laureato in Giurisprudenza all’Università di Pisa con una tesi di Diritto pubblico generale. Ha cominciato ad occuparsi giovanissimo di politica appassionandosi allo studio del movimento delle idee. I suoi primi articoli giornalistici li ha pubblicati a sedici anni, mentre nel 1970 ha preso la tessera del Movimento Sociale Italiano. Nel 1973 ha cominciato a scrivere sulla pagina della cultura del Secolo d’Italia e nel 1979 è stato assunto nello stesso giornale da Giorgio Almirante e da Nino Tripodi. Ha lavorato, tra gli altri, nell’organo del Msi-Dn con Alberto Giovannini, Pino Romualdi, Giano Accame. Al Secolo ha compiuto tutta la sua carriera occupandosi di interni, esteri, politica e cultura, come redattore ordinario, capo servizio, capo redattore ed editorialista. Nel maggio 1994 è stato nominato direttore da Gianfranco Fini e ha cercato di dare al giornale nuovo impulso facendone una tribuna di idee e opinioni. Nell’inverno del 1994-1995 ha collaborato con il Presidente Fini alla elaborazione delle Tesi congressuali di Alleanza nazionale presentate a Fiuggi. Ha fatto parte dell’Assemblea nazionale, della Direzione nazionale, dell’Esecutivo politico, massimo organo del partito, ed è responsabile delle politiche culturali di An. Tra il febbraio 1995 e il dicembre 1996 ha preso parte alle missioni politiche internazionali guidate da Fini tese a far conoscere Alleanza nazionale nel mondo: Londra, Parigi, New York, Washington, Shangai, Xian, Pechino, Hong Kong, Toronto, Montreal, Quebec, Tokyo, Kyoto sono state le tappe del lungo viaggio di An. Nell’autunno del 2000 Malgieri è stato tra i promotori del Gruppo di lavoro politico di Alleanza nazionale. Conferenziere, animatore culturale e scrittore, Malgieri ha collaborato dagli inizi degli anni Settanta alle riviste politico-culturali più prestigiose della Destra, tra le quali L’Alternativa, Dissenso, La Torre, Intervento, Linea, Diorama letterario, Il Conciliatore, L’Italiano, L’Italia che scrive, Proposta, Pagine Libere, Rivista di Studicorporativi, Partecipare, Centrodestra, Repubblica presidenziale, Ideazione, Area, Charta Minuta, Elements, Revue europeenne des sciences sociales e altre molte testate minori. Ha scritto anche per i giornali Gazzetta ticinese, L’Indipendente, Il Giornale, Europeo, L’Italia settimanale, Lo Stato. Attualmente collabora al Roma, Il Tempo, Il Giornale e, sporadicamente pubblica interventi sul Foglio. Ha diretto il periodico di informazioni librarie Il menabò letterario ed è stato tra i fondatori della rivista della Nuova Destra italiana Elementi. Nel 1997 ha fondato e tuttora dirige la rivista mensile di cultura e politica Percorsi. È direttore della collana Agorà dell’Editoriale Pantheon. Malgieri ha pubblicato i seguenti saggi: Carlo Costamagna. Dalla caduta dell’ideale moderno alla nuova scienza dello Stato (1981); Modernità e Tradizione. Aspetti del pensiero evoliano (1987); Su Schmitt (1988); Il Palazzo di Minosse. Appunti di fine secolo (1989); La Destra possibile (1995); La Destra al tempo dell’Ulivo (1999); Lo Stato necessario (2001), Una certa idea della Destra (2004). È anche autore delle raccolte di poesie Dispersi frammenti (1978); Sui passi di Nietzsche (1988); Memorie irregolari (2001).
La Repubblica
La Stampa
Liberazione
«La subalternità. Sono 30 anni, dal ’68, che è scomparso l’anticonformismo, la rottura con i poteri, la scuola, la famiglia, il partito, la chiesa».
Nostalgia?
«Enorme. Ma guarda i giornali! I commentatori dicono le stesse cose. Tutti i titoli sono uguali. Si è unificato il pensiero e si è unificato il centro di potere economico che controlla questo pensiero».
Anche i sessantottini si sono accomodati sulle migliori poltrone.
«Mica tutti. Molti hanno continuato la loro battaglia ideale. Mario Capanna, Paolo Flores d’Arcais, Raul Mordenti, Mimmo Cecchini, Guido Viale. Alcuni sono tra i leader del movimento no global. Franco Russo, Piero Bernocchi. Non hanno cambiato idea...».
Quindi sono dei cretini.
«È incredibile. Oggi si teorizza che tradire è un merito e restare fedele è una colpa».
Citi, come voltagabbana, Adornato e Foa.
«Due amici che trovo con dolore dall’altra parte».
Che differenza c’è tra un Mordenti e un Adornato? Tra un Bernocchi e un Foa?
«È un problema di intelligenza, forse. Per fare il voltagabbana non c’è bisogno di essere un genio. Nella coerenza ci vuole intelligenza».
E l’adulazione?
«Aldo Cazzullo, nella tua intervista, dice che l’adulazione può essere cortesia. Lui è torinese...».
Falso e cortese? Dai, è luogo comune!
«Scherzavo. Lui non è un adulatore. È un giornalista serio. I giornalisti seri non sono mai adulatori. O sono critici o sono cretini».
Esiste forse l’eccesso di gentilezza.
«A Berlusconi, a Rutelli, a Fassino, eviterei di fare troppi complimenti. Meglio una critica ingiusta che un complimento immeritato».
Sei per i giornalisti aggressivi? Quelli che fan paura a Baldassarre?
«Al contrario. Sono per un giornalismo sobrio. Ma Baldassarre mi fa ridere: non ne vedo tanti di giornalisti aggressivi in giro».
Che origini hai?
«Famiglia molto cattolica. Sempre a scuola dai preti. Prima al Massimo, poi al De Merode».
Chi c’era con te?
«Al Massimo, Luca Montezemolo, Gianni De Gennaro, oggi capo della Polizia, Giancarlo Magalli, che ci faceva morire dal ridere, Paolo Vigevano, Antonio Padellaro, condirettore dell’Unità, Lupo Rattazzi, figlio di Suni Agnelli, Rutelli. In classe mia c’erano molti bimbi con tanti cognomi, tipo Colonna o Torlonia o Gentiloni Silverj. C’era perfino un Bighi Ruspoli Forte Guerri. Quattro cognomi».
Libero
Per tre volte, nella mia vita, sono incappato nelle liste di proscrizione stilate da Vittorio Feltri.
La prima capitò quando ero ventenne. Allora abitavo nell'alloggio popolare intestato ai miei nonni, a Calvairate, quartiere periferico e malfamato di Milano. Ero lì per impedire che gli abusivi, saputo del ricovero definitivo dei miei parenti, irrompessero nella casa che aveva fatto da scena primaria alla mia famiglia. Quell'alloggio era occupato dai Genna sino dal 1923. Mio nonno aveva atteso fuori Milano, con la moglie e mio zio Gino in fasce, che venissero terminati i finimenti - quando era giunto dalla Sicilia, via Veneto, la casa di via Etruschi 5 era ancora inagibile. Lì accaddero varie cose. Nacque mio padre, quinto figlio, nel '39. Nel '44 irruppero le SS: cercavano Gino, reduce dalla Russia, partigiano, datosi alla macchia. Nascite e morti ebbero quell'appartamente come teatro privilegiato. Quando ci entrai, era un disastro. Il mio amico Bruno disse: "Qui possono girarci una fiction sul Ventennio". Non c'era acqua calda. Niente doccia. Uno stato disperante di prostrazione edilizia. A fine '93, il mio nome campeggiava nella lista di proscrizione allestita da Feltri sul Giornale, che allora dirigeva.Si trattava proprio di gogna. Feltri, che cavalcava il reazionariato leghista, come da allora non ha smesso di fare, decise che era bene mostrare ai buoni borghesi di Milano i nomi e i cognomi di coloro che non pagavano l'affitto all'Istituto delle Case Popolari, o che occupavano abusivamente gli alloggi. Fottendosene se la gente non pagava quelle trecentomila lire perché non sapeva dove andarle a prendere: in quella lista ci finirono povere vecchiette, vedove, senza la pensione minima. Feltri si fotté pure delle storie disperanti - la mia meno di altre - che conducevano a occupare gli appartamenti. Denunciava la presenza irregolare di extracomunitari. Poche notti prima, qualcuno (che si sa bene chi fosse) aveva attaccato manifesti di propaganda oscura alle mura dei casamenti della zona: "Via gli allogeni extraeuropei". Allogeni extraeuropei.
Io, che ai tempi ero a tutti gli effetti un allogeno italiano, mi chiesi cosa fare a fronte di un'iniziativa pseudogiornalistica e veracemente fascista come quella allestita dal Giornale. Rinunciai, pensando che la storia dei reazionari è sempre fastidiosamente intensa ma breve: certo, passato un Feltri ne fanno un altro. Ma intanto Feltri se ne sarebbe andato. E così fu.
Peccato, però, che, dopo il Giornale, Feltri non abbandonò né troni né scranni e travasò la sua raffinata esperienza codina in quel gorgo meglio identificato col nome di Libero. Si portò dietro, a fargli da vicedirettore, Renato Farina, giornalista polinsaturo, che potremmo definire di "tipo 00" o "sacco di", perennemente alla ricerca di una poltrona da direttore, legato ad ambienti ciellini, abitante a Desio in un vastissimo appartamento arredato maluccio, da cui gode un'immensa vista su ciminiere e snodi stradali - la vista che si cerca un cultore dell'estetica briantea. In casa di Farina campeggiano i titoli dostoevskiani, giussani e poco altro. La moglie è una signora timida e carina, i figli sono molti, bisogna sfamarli. Così Renato si presta a pratiche ambigue, come quella di accompagnare Feltri stesso di fronte all'ingresso del montanelliano La Voce, che Vittorio teme quale rivale editoriale, e lì si mette a fare col suo capo le cuorna e le biscuorna in segreto, senza farsi vedere dai passanti, perché potrebbero pensare male, e Farina e Feltri odiano i malpensanti, amando i benpensanti.
Fatto sta che, sotto la conduzione di queste due stelle del giornalismo nostrano, Libero riesce a vendere qualche centinaio di copie in meno dell'indimenticato L'Occhio, il suo antenato naturale. Poco importa se Feltri non dòta la redazione di servizi Ansa, perché costano: nel frattempo è arrivata la Rete, si può sempre pescare da lì. Poi, ci sono grandi battaglie ideali da fare, e per quelle non c'è agenzia che tenga. Gli scoop, anche quelli, non passano per le agenzie - e di scoop se ne vogliono fare tanti, a Libero. Sempre dello stesso tipo: la lista di delazione, su cui bisognerebbe indagare se Feltri ha posto il copyright. Nasce così il più prestigioso tra i risultati inanellati dal giornale feltrino (si dice feltrino, come quelle pezzette che si mettono sotto le sedie per preservare le mattonelle o il parquet? O feltriano? Non è da scoop, non occupiamocene...): la lista di nominativi e identificativi di supposti pedofili, ottenuta chissà come - ungendo, si ottengono cose untuose, si può fare gli untori. Poco importa, poi, se quegli indagati saranno in gran parte prosciolti o non erano affatto indagati. Poco importa se si viene espulsi dall'Ordine dei Giornalisti e si continua a dirigere un giornale. Così come poco importava, ai tempi di via Negri, se lo studio Dotti, che si occupava delle cause di diffamazione contro Feltri, impazziva per il superlavoro, soprattutto grazie al compagnone di Feltri, quel sapido corsivista che va sotto, ma solo sotto il nome, di Giancarlo Perna.
Passano gli anni e io non perdo né il pelo né il vizio. Qualche mese fa, insieme a colleghi scrittori, finisco in una nuova lista delatoria fatta stilare da Feltri: sono la quinta colonna del comunismo all'interno di Mondadori. Insieme a me e agli altri colleghi scrittori, vengono esposti i nomi di redattori e impiegati, editor e quant'altri, nessuno dei quali è organico a nessuna organizzazione di nessuna sinistra. Coi colleghi, ce la spassiamo. Io, particolarmente: tengo molto all'odio perpetrato nei miei confronti da gente come Feltri.
Qualche giorno fa, Feltri riprende l'appello in sostegno di Cesare Battisti, scruta i nomi e li denuncia come difensori del pluriassassino, secondo il mandato linguistico dell'ingegner Castelli: e siamo ancora io e i miei colleghi, paro paro. Questa volta mi diverto meno, soprattutto per la qualifica indegna conferita all'uomo per sostenere il quale ho firmato. Si dà il caso che ci siamo letti parte degli atti del processo, abbiamo intervistato l'avvocato che difese quell'uomo, ci siamo pagati il viaggio per Parigi al fine di conoscere di persona quell'uomo, abbiamo studiato i testi che trattano dei Settanta in Italia, abbiamo scritto un libro a più mani. Abbiamo cioè, ampiamente esorbitato le competenze di qualunque giornalista e l'abbiamo fatto ben sapendo di che pasta è fatto il giornalismo contemporaneo e quale sarebbe stata la sentenza sommaria che avrebbe pronunciato contro Cesare Battisti. I giornalisti di Libero, tra i quali campeggia uno che fu espulso dall'Ordine, quel lavoro infatti non lo fanno: si limitano a stilare la sentenza sommaria con tanto di proscrizione.
Mi sono detto: vabbè, passi. Neanche mi sono dato la pena di avvertire i colleghi scrittori che erano stati inculsi nella lista dell'infamia pubblicata da Feltri. Tanto la mia strategia ce l'ho: ho le quinte colonne, io, praticamente all'interno di tutte le redazioni più reazionarie d'Italia! So tutto di loro! E' bellissimo! Mi piace un sacco conoscere il dietro le quinte di luoghi per me infrequentabili!
Però, tra ieri e oggi, Feltri e Farina hanno realizzato una doppietta di rara infamia, che grida vendetta al cospetto di dio e di Enzo Baldoni. Per cui, siccome sono più filologo di Feltri e Farina messi insieme ed elevati alla decima potenza, anziché la lista di proscrizione, pubblico qui cos'ha scritto Feltri alla vigilia dell'uccisione di Baldoni e cosa Farina ha avuto il coraggio di pubblicare oggi, a cadavere ancora caldo. Poi, le somme, tiratele voi, ché quelli di Libero tireranno le loro: cioè il passivo in bilancio del loro foglio. Da: carmillaonline.com
Quotidiano.Net
Assemblate in un’unica redazione le tre testate nazionali godono del medesimo spazio internet, dei medesimi collaboratori. Ad amalgamare forze ed energie è stato interpellato come nuovo direttore, Xavier Jacobelli.
ILGIORNO Il 21 aprile 1956 esce il primo numero de "Il Giorno", quotidiano fondato da Gaetano Baldacci e Cino del Duca e in seguito ceduto all'ENI di Mattei.Il più conosciuto quotidiano milanese, arriva on-line con una versione semplice e completa.
IL RESTO DEL CARLINO O DEL SIGARO Di ispirazione democratica, il foglio di cronaca bolognese esce la prima volta nel 1885. Per soli due centesimi si acquistava un antenato del moderno quotidiano provinciale. Da subito si scelse un nome... 'spicciolo': il significato era tutto nel resto che ricorreva all'atto dell'acquisto, poichè la moneta corrente, il carlino appunto, valeva dieci centesimi. Una facile deduzione cui pervennero anche gli editori del Resto del sigaro di Firenze. Nella città di Dante era evidentemente il tabacco ad avere più successo alla fine Ottocento. E così, approfittando delle tendenze, si decise la testata. Se infatti un distinto fiorentino acquistava un sigaro per 8 centesimi, ne restavano un paio per il foglio informativo.
LA NAZIONE
Secolo XIX
Nel 1886 a Genova sono pubblicati due giornali quotidiani economici, "Il Commercio" e "Il Corriere Mercantile" e cinque quotidiani di informazione, "Il Movimento", "Il Caffaro", "Il Cittadino", "L'Epoca", "L'Eco d'Italia".Quasi alla fine dell'Ottocento "Il Secolo XIX" fu acquistato da Ferdinando Maria Perrone, un uomo d'affari d'origine piemontese che aveva fatto fortuna in Sudamerica e si era poi stabilito a Genova, dove era divenuto proprietario degli stabilimenti Ansaldo. Da quel lontano 1897, il giornale è ancora oggi dei Perrone; l'attuale azionista di maggioranza e Presidente del Consiglio di amministrazione è Carlo Perrone, pronipote di Ferdinando Maria Perrone, che rappresenta la quarta generazione della famiglia proprietaria.La proprietà è formalmente del solo Macola, ma in realtà il finanziatore del giornale è il marchese Marcello Durazzo Adorno, presidente dell'importante compagnia di navigazione "La Veloce".
La prima sede del giornale è in salita San Girolamo, accanto a viCaffaro: una stanzetta col soffitto a volta con un'unica finestra, con due tavoli per la redazione, una scrivania per l'amministratore, alcune seggiole e due attaccapanni. Dalla redazione si accede alla sede della Tipografia Marittima, di proprietà dell'architetto Cesare Gamba (sarà il costruttore, tra l'altro, del Ponte Monumentale).Come ha scritto Ferdinando Massa, "In materia di giornalismo il Macola aveva idee pratiche ed innovatrici (...) dando al giornale una spiccata impronta di notiziario, mediante l'abolizione dei lunghi e pesanti articoli, delle diffuse e noiose riviste di politica estera ed interna, allora in uso, al cui posto metteva invece i telegrammi dell'ultima ora; sia commentando le notizie di maggiore rilievo con note brevi, contenenti qualche osservazione acuta, talora sensata, talora paradossale (...)".
Fin dall'inizio "Il Secolo XIX" punta a battere la concorrenza dei giornali milanesi, molto venduti in Liguria (i più forti sono "Il Secolo" e "Il Corriere della Sera"), puntando sulla freschezza delle notizie e sulla diffusione anche nelle altre province liguri.Il nuovo editore chiamò alla direzione del "Decimonono" il più celebre giornalista dell'epoca: il genovese Luigi Arnaldo Vassallo (detto Gandolin, cioè vagabondo) che, dopo aver esordito nella sua città, si era trasferito a Roma. Con Gandolin la diffusione aumentò ancora e la concorrenza fu definivamente sconfitta. Tra il 1906 e il 1908 scomparvero sia l'editore che il direttore Vassallo, e furono nominati direttori, prima del secondo conflitto mondiale, due famosi giornalisti dell'epoca: Mario Fantozzi, romano, poi David Chiossone, genovese.
Passato il periodo turbinoso della guerra, Umberto Vittorio Cavassa assunse la guida del giornale e la tenne per 23 anni, fino al 1968. Si dimise quando morì l'editore Mario Perrone, figlio di Ferdinando Maria.Nella direzione subentrarono prima Piero Ottone, genovese, poi lo stesso editore Alessandro Perrone (figlio di Mario) che lasciò in seguito la guida del giornale a Michele Tito. Vennero poi Tommaso Giglio, Carlo Rognoni, Mario Sconcerti, Gaetano Rizzuto, Antonio Di Rosa e l'attuale direttore, Lanfranco Vaccai.In un secolo, sulle colonne del giornale si sono succedute molte firme prestigiose. Il "Decimonono", infatti, pur avendo un pubblico strettamente regionale, ha sempre rifiutato una dimensione solamente "locale": dedica quindi costantemente grande attenzione e ampi servizi agli avvenimenti nazionali e internazionali.
Negli ultimi anni il Secolo XIX ha consolidato la sua leadership a Genova e in tutta la Ligura, con un indice di lettura di oltre 600.000 persone. Nel 2001 con l'entrata in funzione del nuovo centro stampa viene lanciato il numero del lunedì ed il quotidiano è tra i primi in Italia ad avere la stampa a colori.
Oggi il gruppo editoriale è sempre più impegnato nello sviluppo multimediale della testata Il Secolo XIX; il suo sito Internet è leader della Liguria e nel 2006, in occasione del suo 120mo anniversario, verrà lanciata l'emittente radiofonica RADIO19.
Sole 24 Ore
Unità
Da l’Unita:
12 febbraio 1924
Fondazione a Milano, per volontà di Antonio Gramsci, de «l’Unità, quotidiano degli operai e dei contadini». Il giornale ha una tiratura media di 20.000 copie e dopo il delitto Matteotti, di cui si occupa con attenzione, arriva a 34.000.
8 novembre 1925
Il prefetto di Milano sospende la distribuzione dei quotidiani «l’Unità» e «l’Avanti!». 1° novembre 1926 In seguito al fallito attentato a Mussolini (31 ottobre), «l’Unità» viene soppressa.
1° gennaio 1927
Esce il primo numero dell’edizione clandestina, che verrà pubblicata a intervalli irregolari a Torino, Milano, Roma, e – ricalcando il destino dell’organizzazione clandestina del Pcd in Francia.
1° luglio 1942
«L’Unità» ritorna anche in Italia in edizione clandestina; Umberto Massola a Milano cura un’edizione stampata fino all’aprile 1944. Mario Alicata e Aldo Natoli danno vita a un’edizione che esce a Roma dal settembre 1943 al maggio 1944 mentre Eugenio Reale e Velio Spano stampano un’edizione meridionale che durerà dal dicembre 1943 al luglio 1944.
6 giugno 1944
Con l’arrivo degli Alleati, riprendono le pubblicazioni di tutta la stampa soppressa e dell’edizione romana de «l’Unità». Il primo direttore è Celeste Negarville.
25 aprile 1945
Con la Liberazione nasce l’edizione genovese, creata dal comandante partigiano Bini, Giovanni Serbandini, attorno al quale si riunisce un gruppo di giornalisti qualificati, tra cui Aldo Tortorella, poi vice direttore, e Mario Codignola, redattore capo dal 1949.
26 aprile 1945
L’edizione di Milano del quotidiano, stampata nella tipografia del «Corriere della sera», viene curata da Arturo Colombi, nei giorni convulsi della cattura e dell’uccisione di Mussolini.
28 aprile 1945
Viene pubblicata l’edizione di Torino, che nel corso dell’anno raggiunge una tiratura di 77.000 mila copie. Nei primi mesi il responsabile è Ludovico Geymonat, da maggio del 1945 caporedattore è Davide Lajolo. Attorno agli anni Cinquanta uscirà con due edizioni, Piemonte e capoluogo. Tra i collaboratori più importanti Augusto Monti, Ada Gobetti, Massimo Mila, Cesare Pavese, Paolo Spriano.
23 dicembre 1954
I deputati Mario Melloni e Ugo Bartesaghi sono espulsi dalla Dc. Melloni aderirà al Pci e diventerà corsivista de «l’Unità» firmandosi come Fortebraccio, autore di interventi satirici perfidi e graffianti ma eleganti e irresistibili al tempo stesso.
1 agosto 1957
Le edizioni de «l’Unità» di Torino Genova e Milano si fondono dando luogo a un’unica edizione per l’Italia settentrionale con sede a Milano. Nonostante la rinuncia all’edizione torinese e genovese il quotidiano rimane l’unica presenza considerevole di opposizione nel panorama editoriale.
9 marzo 1962
In una scena politica dominata dai governi di centrosinistra, «L’Unità» unifica la direzione di Roma e Milano, affidandola a Mario Alicata: sono condirettori Aldo Tortorella per l’edizione settentrionale e Luigi Pintor per quella del Centro-Sud. Il giornale appare più vivace e scorrevole, con articoli meno lunghi e un linguaggio meno difficile, foto più grandi e numerose.
1966-1969
Dopo la scomparsa improvvisa di Alicata, la direzione è assunta da Maurizio Ferrara che continua la linea precedente.
26 novembre 1969 I redattori del mensile «Manifesto» (fondato nel giugno 1969) e membri del comitato centrale del Pci Aldo Natoli, Lucio Magri, Luigi Pintor, Rossana Rossanda vengono espulsi dal partito con l’accusa di frazionismo. Il 2 dicembre sarà radiato anche Massimo Caprara, già segretario particolare di Togliatti. Dal 28 aprile 1971 «il Manifesto» uscirà come quotidiano.
12-13 maggio 1974
Dopo una campagna dai toni esasperati, si svolge il referendum sull’abrogazione della legge sul divorzio che vedrà trionfare il fronte del No con il 59,3% dei voti. L’edizione straordinaria de «l’Unità» commenta «Una grande vittoria della libertà – il popolo italiano fa prevalere la ragione, il diritto, la civiltà». Con le 239.000 copie di vendite quotidiane e le due edizioni di Roma e Bologna, il quotidiano dimostra una reale forza di penetrazione nella coscienza del paese.
15-16 giugno 1975
Le elezioni amministrative cambiano il quadro politico italiano con un forte spostamento a sinistra dell’elettorato. Berlinguer su «l’Unità» commenta i fatti come la «più rilevante avanzata dalla Liberazione a oggi». Dalle colonne del quotidiano Pier Paolo Pasolini, motiva il suo voto al Pci affermando che l’Italia gli pareva «un paese orribilmente sporco».
18 settembre 1977
Il redattore de «l’Unità» Nino Ferrero è ferito a Torino da un commando di Azione rivoluzionaria. Si estendono gli attentati contro i giornalisti: «gambizzati» o uccisi
16 marzo 1978 - 9 maggio 1978
Sono i giorni del drammatico rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. Su «l’Unità» viene proclamato lo sciopero generale: il rapimento del leader democristiano, con l’uccisione della sua scorta, viene duramente condannato e i responsabili chiamati «nemici della democrazia». Nella difficile gestione delle trattative il Pci si allinea alla «politica delle fermezza». L’editoriale di Alfredo Reichlin che commenta la morte di Moro è intitolato «L’uccisione, un atto di pura barbarie».
1978-1979
Per le strade delle grandi città l’eversione rossa e nera continua a colpire. Il 3-4 giugno si svolgono le elezioni politiche ed europee che vedono un grave crollo dei consensi per il Pci. Si assiste a una progressiva caduta delle vendite de «l’Unità», che passeranno dai 100 milioni di copie annue del 1981 ai 60 milioni del 1982.
17 marzo 1982
«l’Unità» accusa il ministro democristiano Vincenzo Scotti e il sottosegretario Vincenzo Patriarca di collusioni con Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra organizzata. Il documento pubblicato quale base delle denunce risulta un falso fornito alla giornalista Marina Maresca da Luigi Rotondi, collaboratore dei servizi segreti. Il direttore Claudio Petruccioli rassegna le dimissioni, e viene sostituito da Emanuele Macaluso.
11 giugno 1984
Muore Enrico Berlinguer, colpito da emorragia celebrale durante un comizio a Padova pochi giorni prima. La prematura scomparsa del leader comunista protagonista del compromesso storico, dell’eurocomunismo, della solidarietà nazionale e dello «strappo» dall’Urss suscita una profonda emozione nel Paese; il 13 giugno si svolgeranno solenni funerali a cui parteciperanno circa 2 milioni di persone
9-10 novembre 1989
Cade il Muro di Berlino, sotto la pressione di imponenti manifestazioni pacifiche in Germania. La prima pagina de «l’Unità» dell’11 novembre 1989 si apre con «Il giorno più bello d’Europa», e ospita un editoriale di Renzo Foa «E così cambia tutto il continente».
luglio 1990
Renzo Foa viene nominato direttore de «l’Unità». Tra i provvedimenti del neo-direttore, la trasformazione del sottotitolo da «giornale del Pci» a «giornale fondato da Antonio Gramsci». Le vendite medie sono di circa 156.000 copie al giorno.
1990-1992
In stato di crisi aziendale, le copie giornaliere si attestano sulle 120.000 unità.
5 aprile 1992Si svolgono le elezioni politiche caratterizzate dal calo dei partiti tradizionali coinvolti nello scandalo corruzione (Dc e Psi). Renzo Foa viene sostituito da Walter Veltroni, che rimarrà alla guida del quotidiano fino al 1996. Ha inizio una politica di rinnovamento del giornale.
1994
A «l’Unità» si affianca «l’Unità 2», dedicata a cultura, scienza, costume e spettacoli.
21 aprile 1996
Le elezioni politiche vedono l’affermazione della coalizione de «L’Ulivo» e di Prodi. In vista degli impegni politici, Veltroni, vicepresidente del consiglio, lascia la direzione de «l’Unità» a Giuseppe Caldarola.
1997
Prende il via il processo di «privatizzazione» de «l’Unità». Entrano gli imprenditori privati Alfio Marchini e Giampaolo Angelucci.
gennaio 1998
Nel tentativo di rilanciare il quotidiano viene chiamato un direttore esterno, Mino Fuccillo, editorialista di «Repubblica».
agosto 1998
Paolo Gambescia, vicedirettore del «Messaggero», viene chiamato a sostituire Fuccillo. Le vendite sono attorno alle 60mila copie.
gennaio 1999
Il CdA decide la chiusura immediata delle redazioni di Bologna e Firenze. Si svolgono scioperi e manifestazioni sotto la sede del governo, presieduto da D’Alema.
settembre 1999
«l’Unità» torna a nominare un direttore interno, Giuseppe Caldarola.
Le vendite raggiungono quota 52.000 copie.
giugno 2000
Le vendite si attestano poco sotto le 50mila copie.
13 luglio 2000
«l’Unità» viene messa in liquidazione. Il collegio dei liquidatori attende di conoscere le decisioni dell’editore milanese Alessandro Dalai (Baldini & Castoldi). Mentre si susseguono le assemblee Daniele Segre gira il documentario «Via dei Due Macelli, Italia. Sinistra senza Unità», proiettato al festival di Venezia 2000.
27 luglio 2000
Caldarola riceve la notizia ufficiale della chiusura. L’ultimo numero de «l’Unità» – in edicola il 28 luglio – ospita la riproduzione del numero inaugurale (12 gennaio 1924) e un editoriale senza titolo del direttore.
29 luglio 2000
«l’Unità» viene pubblicata solamente on-line fino al 23 agosto 2000, poi anche questa edizione cessa del tutto.
Gennaio 2001
Un gruppo di imprenditori coordinati da Alessandro Dalai dà vita alla Nuova Iniziativa editoriale e rileva la testata.
28 Marzo 2001




